Michela Fregona

Michela Fregona è nata a Belluno, dove vive. È laureata in lettere antiche a Venezia, diplomata in flauto traverso, giornalista. Dal 2000 insegna nelle scuole serali. Ha pubblicato con la Postcart di Roma Tangomalia (2004) e Buenos Aires Café (premio Marco Bastianelli 2009), reportage di vite e luoghi in collaborazione con la fotografa Lucia Baldini. Nel giugno del 2016 il suo manoscritto Quello che verrà è stato segnalato dal comitato di lettura del XXIX Premio Calvino.

 

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Vita postuma di un pietrificatore

(romanzo, 180 cartelle, diritti disponibili)

Venezia, 31 maggio 1999: una esplosione sventra la porta d’acqua di Palazzo Querini Stampalia, il fumo si propaga subito ai piani superiori, gli ospiti della biblioteca vengono fatti sgomberare. Alla ricognizione dei danni, dal museo risulta rubato un unico oggetto: una maschera di fauno in terracotta, anticamente utilizzata a scopo protettivo, come divinità di limite. È il segnale: la guerra privata di Virginia Isabella de’ Gabardi si è risvegliata e, questa volta, sarà per arrivare al capitolo finale. L’ombra di Girolamo Segato – esploratore in Egitto, cartografo, scienziato misconosciuto, disegnatore dal vero, scopritore unico del segreto della pietrificazione dei corpi – ha segnato tutta la sua vita di collezionista. È tempo di raccogliere dell’alchimista ogni traccia sopravvissuta. Ma, poiché la vecchiaia avanza, è necessario affidarsi ad altri occhi, quelli di Alma Levis, giovane ricercatrice di Antichità classiche. La biblioteca dipinta del conte Piloni, un libro di Diodoro Siculo ritenuto perso, una stele frantumata, un acquerello egizio sull’influenza della Luna, le tracce dei misteri dell’isola di Phylae emergono dalle spoglie conservate nella monumentale dimora di Virginia Isabella. Il complicato puzzle, fatto più di tessere mancanti che di certezze, assume un altro aspetto quando Alma scopre che Girolamo Segato era stato ucciso. Questa sconvolgente verità si trascina dietro un’altra inquietante rivelazione: la vita dell’alchimista non era stata soppressa per la minaccia rappresentata dai suoi petrefati, dal placet ambiguo concesso dal Papa, dalla formula della mummificazione, ma dal remedio che non riguardava la corruzione dei corpi quanto la sopravvivenza stessa. La lunga ricerca su Girolamo Segato si tradurrà nella totale e definitiva cancellazione del suo passaggio sulla terra.

È un romanzo sulla sete di conoscenza e sulla responsabilità della memoria, ma anche sulla lotta tra amore e potere, tra senso della storia e necessità di resistere. Si articola su tre piani temporali e due città-labirinto (Venezia e Buenos Aires), con personaggi storicamente esistiti (Segato, Vieusseux, ecc.) in dialogo con un’epoca nella quale si è formato il pensiero moderno.

«Li tocchi, signorina Levis». Alma fece un passo indietro. «Io non…». «Oh, su, non mi dica che non le è venuta la curiosità del tatto. Mi dia qua». Le prese bruscamente il braccio e lo tirò a sé, girandole il palmo verso l’alto: «Ecco, senta. Sorprendente, vero?» Il contatto con le dita pietrificate fu sconvolgente. La mano di donna che Virginia Isabella aveva appoggiato sulla sua era leggera, ma consistente: qualcosa di più vicino al legno che alla cartapesta. Non fredda, e serica. Alma osservò le unghie ancora in sede, e i vasi sanguigni che si potevano seguire chiaramente, sottotraccia, il colore scurito, le pieghe naturali. Dal polso, come un non senso, spuntava monco l’osso dell’articolazione, tranciato di netto: osceno. Rabbrividì. Pensò al processo dell’alchimista. Pensò al momento in cui quella mano doveva essere stata viva, ai gesti contenuti nella memoria di ogni singola particella che ora non erano più: accarezzare, chiudere, abbandonare, premere, cercare. Pensò a come doveva averla ricevuta, quella mano, Girolamo Segato, e da chi; quale forza era stata usata per tranciarla (la brutalità degli strumenti, il rumore del seghetto – il sangue) e ancora, ancora, a tutto il tempo trascorso tra la pelle e il vuoto fino alla stretta che le veniva consegnata, estirpata dal resto del corpo, duecento anni dopo, tra le sue, di mani. «Sta stringendo il suo patto con il passato, signorina Levis?» La voce della de’ Gabardi la riscosse. «Cosa ne farà? Di tutto questo, intendo…» chiese Alma. La faccia della contessa era dura: «Finiranno, come tutto il resto». «Ma…» Virginia Isabella sorrideva nel suo modo enigmatico. «È una necessità».