Gian Piero Lumbau

Nasce a Caserta, alla fine del 1962, con due segni distintivi indelebili: gli occhi di colore diverso e la “capa di bomba”. La sua particolare conformazione fisica lo rende squilibrato e di difficile collocazione. È avvocato civilista, con grandi passioni per il basket, i cavalli, la cucina, le cantine e Thelonious Monk. Si dedica alla letteratura per dare sfogo alla sua verbosità; la signora, però, lo guarda con estrema diffidenza, indicandogli con l’indice teso la porta della cucina. “Il tango della fenice” è il suo primo romanzo (pubblicazione prevista per il mese di settembre 2017).

Il tango della fenice

(romanzo – diritti ceduti per l’Italia)
Nenè Malventi, il protagonista, viene al mondo dotato della straordinaria capacità di assistere alla sua vita con il taglio del cineasta e di osservarla dall’esterno, attimo per attimo, come una lunga sequenza di fotogrammi. Di volta in volta, ne è spettatore, regista, attore o comprimario, e chiede al lettore di accompagnarlo e assisterlo, sia che si tratti di sostenergli il carrello per filmare i grandi piani sequenza sia che si tratti di spostare i mobili nella stanza per stabilire i corretti punti di vista nel suo sistema a triangolo. Il sistema di ripresa a triangolo – o meglio “il complesso sistema a geometria variabile” sul quale poggia la sua vita – è quello in cui riesce a muoversi al meglio, tra l’ex moglie Carolina, l’ex amante Illy (diminutivo di Illinois), l’ex amica di scuola poi ex fidanzata Rossella e un’intera compagine di ex qualcosa, che scompaiono e riappaiono sulla scena come ricordi, fantasmi, intrusioni, sogni, desideri e presagi. “Le scelte fanno invecchiare”, è il motto di Nenè. Che si ostina a vivere in un eterno presente, in cui ogni avventura, ogni turbamento, ogni disgrazia, non sono altro che il pretesto per una morte e una resurrezione plateali, false pire dalle cui ceneri si invola, per tornare ad appollaiarsi nella rassicurante quiete del suo sguardo che tutto seziona e nulla sceglie.
“Nenè Malventi era capace di avere tutte le età contemporaneamente, che è cosa ben diversa dall’essere poliedrico o eclettico, o comunque dall’aver accumulato quella segatura nell’anima che gli uomini, solidali e compiacenti, osano definire esperienza; quasi fosse, quella sostanza polverosa e incommestibile, un pregio di cui vantarsi, invece che un insopportabile ostacolo alla felicità. Lui, le sue età, non le univa in una sola molecola, quella che i più arditi chiamano anima, ma le conservava ben distanziate tra loro e riposte con un certo ordine apparente, senza badare però più di tanto a dove fosse il loro luogo di stivaggio. Per quella cosa lì, lasciava fare alla sua età preferita, alla prossima, a quella che ancora doveva arrivare”.